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	<title>Franca Faccin - Opere e biografia &#187; Dicono di me</title>
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	<description>Presenta le opere della pittrice, l&#039;antologia, la biografia e la cronistoria delle principali esposizioni.</description>
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		<title>Enzo di Martino &#8211; dal pretesto visivo alla pittura</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jul 2013 14:27:19 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Dicono di me]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Enzo di Martino Autoritratto, 1978 - Olio su tela, 30 x 40 cm Esistono eventi immaginativi che si manifestano nel segno di percorsi storici già noti che hanno tuttavia il merito di aver aperto nuove ed inattese prospettive all&#8217;arte figurativa del nostro secolo, un secolo complesso e contraddittorio, perfino tormentato e, come è stato già [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Enzo di Martino</strong><br />
<div class="img alignright size-medium wp-image-225" style="width:213px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-005.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-005-213x300.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-005" width="213" height="300" /></a>
	<div>Autoritratto, 1978 - Olio su tela, 30 x 40 cm</div>
</div>Esistono eventi immaginativi che si manifestano nel segno di percorsi storici già noti che hanno tuttavia il merito di aver aperto nuove ed inattese prospettive all&#8217;arte figurativa del nostro secolo, un secolo complesso e contraddittorio, perfino tormentato e, come è stato già detto, probabilmente “senza verità”.<br />
In questa prospettiva le immagini archetipe di ispirazione fantastica di Franca Faccin dichiarano esplicitamente una sorta di “debito formale” verso la grande lezione di Osvaldo Licini verso il quale lei stessa dichiara di essere stata “travolta da un immediato”, confermando però, proprio per tale ragione, in questo rispecchiamento, di appartenere pienamente al suo tempo, cioè alla contemporaneità. Una ricerca espressiva siffatta comporta ovviamente rischi di “riconoscibilità” che la Faccin assume consapevolmente perché sa bene che in definitiva <strong><em>“l&#8217;arte nasce dalla storia dell&#8217;arte”</em></strong>.<br />
È del resto proprio la storia dell&#8217;arte di questo secolo a testimoniare nel suo svolgersi molte posizioni consimili, tese alla conquista di “parziali verità” sulle quali costruire, nella dispersione di mille direzioni, una sorta di personale probabilità esistenziale ed espressiva.<br />
<div class="img alignright size-medium wp-image-226" style="width:232px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-007.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-007-232x300.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-007" width="232" height="300" /></a>
	<div>Mangiatore d'anguria, 1986 - Olio su tela, 80 x 90 cm</div>
</div>Talvolta tali posizioni assumono la connotazione della cifra riconoscibile, altre volte paiono tese ad una partita interna a se stesse e rimangono nascoste nel personale sogno poetico dell&#8217;artista.</p>
<p>Franca Faccin pare appartenere con tutta evidenza alla seconda categoria, impegnata com&#8217;è da anni a comporre un originale canto poetico, silenzioso ed isolato, volto a comunicare sul piano della emotività piuttosto che a descrivere o narrare alcunché.</p>
<p>A parte il riferimento formale già citato, la sua ricerca viene dunque difficilmente omologata in una<strong><em> “gabbia critica”</em></strong> &#8211; anche per un certo suo disinibito nomadismo espressivo &#8211; rischia pertanto di non essere registrata nella disattenzione caratterizzante del nostro tempo.</p>
<p>Agli inizi degli anni sessanta l&#8217;interesse di Franca Faccin era ancora rivolto alla figura ed ha realizzato per tale via numerosi ritratti di notevole intensità psicologica, dipinti nei modi formali che solo approssimativamente potrebbero essere definiti espressionisti.</p>
<div class="img alignleft  wp-image-228" style="width:680px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-009.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-009.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-009" width="680" height="460" /></a>
	<div>In campagna, 1977 - Olio su tela, 100 x 120 cm</div>
</div>
<p>L&#8217;artista ha proseguito a lungo per tale percorso giungendo però, negli anni Ottanta, ad una sorta di “de-significazione&#8221; delle apparenze, perché i suoi <strong><em>“mangiatori di anguria&#8221;</em></strong>, solo per fare un esempio, risultano a ben vedere alquanto distanti da qualsiasi intenzione descrittiva.<br />
È cioè evidente che la Faccin comincia allora ad avvertire nuove esigenze espressive che sarebbero poi state giocate sostanzialmente sul piano del puro e semplice linguaggio della pittura.</p>
<p>Si tratta di un processo di maturazione nel corso del quale l&#8217;artista avverte che il suo mondo interiore non può più essere manifestato affidandolo semplicemente al “visibile e riconoscibile&#8221; ma richiede invece un affidamento ideativo e riflessivo, oltre che linguistico, in grado di fare affiorare pienamente i moti interiori di una sensibilità segreta che spinge per emergere e fa i conti solo con se stessa.</p>
<div class="img alignright size-medium wp-image-233" style="width:197px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-010.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-010-197x300.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-010" width="197" height="300" /></a>
	<div>Fanciulla, 1974 - Olio su tela, 70 x 90 cm</div>
</div>
<p>Appaiono così quelli che possono essere definiti i “pretesti visivi&#8221; &#8211; le biciclette, a volte rovesciate, ed i particolari come le ruote o le volute dei freni &#8211; che evidentemente assumono nella fantasia dell&#8217;artista la sua funzione di mettere in moto gli stimoli di una pittura sostanzialmente formale, che tende ad autogiustificarsi. Operando su di un terreno siffatto Franca Faccin mette in atto una sorta di “oscillazioni espressiva&#8221; che la conduce a volte a &#8220;riconoscere&#8221; l&#8217;oggetto dipinto, a nominarlo, altre volte la spinge invece verso derive più decisamente ai confini dell&#8217;astrazione.</p>
<p>La prima <strong>“bicicletta”</strong> appare nel suo mondo ideativo sul finire degli anni Ottanta ed è subito evidente che l&#8217;artista coglie di quell&#8217;elemento concreto &#8211; e tuttavia trapassabile dalla luce &#8211; soltanto le forme che assumono nello spazio connotazioni trasfigurate e per certi versi perfino informali.</p>
<p>L&#8217;immagine rimane tuttavia sorretta da una sorta di geometria segreta che certamente è “liciniana&#8221;, cioè rigorosa e libera allo stesso tempo.</p>
<p>Qualcosa del genere avviene peraltro anche nel ciclo delle “marine” dei primi anni novanta, sulle quali Faccin inserisce a volte anche le forme che si riferiscono in precedenza alle biciclette, testimoniando così l&#8217;assoluta indipendenza della descrittività dei &#8220;pretesti immaginativi&#8221; che infatti coesistono anche nell&#8217;improbabilità. Questa sorta di &#8220;disinvoltura&#8221; nell&#8217;appropriarsi delle immagini nella sua fantasia ha condotto Franca Faccin verso molti approdi “figurativi” di volta in volta esplorati in periodici cicli di dipinti, come nel caso dei “riquadri”, delle “forme”, delle “isole” e, infine, della &#8220;scrittura o degli ideogrammi&#8221;.<br />
<div class="img alignright size-medium wp-image-231" style="width:300px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-011.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-011-300x267.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-011" width="300" height="267" /></a>
	<div>Natura morta, 1984 - Olio su tela, 50 x 60 cm</div>
</div>Naturalmente ciascuno di questi cicli presenta connotazioni molto precise ma tutti possono essere ricondotti ad una sola &#8220;mano&#8221;, cioè alla stessa riconoscibile cifra ideativa e formale.<br />
Nella loro apparente “illeggibilità” essi assumono la dimensione della metafora ed esprimono in definitiva, nel complesso, l&#8217;interiorità più autentica e profonda dell&#8217;artista.<br />
Franca Faccin certamente non ignora l&#8217;insegnamento che ammonisce <strong><em>&#8220;la geometria come madre di tutte le forme&#8221;</em></strong> ma il suo percorso sembra procedere in senso inverso e potrebbe dirsi <strong><em>&#8220;dall&#8217;informale all&#8217;ordine&#8221; </em></strong>euclideo. Nel suo lavoro le forme vivono infatti in uno spazio artificiale, psicologico, mentale si potrebbe dire, acquisendo per tale via valenze che risultano puramente fantastiche.<br />
La suggestione informale ha certamente avuto un peso nel suo <strong><em>&#8220;combattimento per l&#8217;immagine&#8221;</em></strong> e l&#8217;eco di certe lezioni &#8211; penso in particolare ad Afro e ad un certo Santomaso &#8211; è certamente presente in certi momenti della ricerca di Franca Faccin. Ciò che distingue sempre il suo lavoro, tuttavia, al di la di quella sorta di <em><strong>&#8220;drammatica gioiosità&#8221;</strong></em> dai colori acidi, è soprattutto quella miracolosa capacita di &#8220;rimescolare le carte&#8221; nell&#8217;operazione.<br />
Lo spazio assume infatti nei suoi dipinti la dimensione di un luogo di accadimenti emozionali, una superficie che vale, che conta, e va “comunque” occupata con i segni ed i segnali della sua immaginazione, del suo passaggio esistenziale.<br />
Questi si dispongono sulla tela o sulla carta secondo un ordine segreto che non intende strutturare l&#8217;immagine ma conferire invece ordine ad una espressività altrimenti “irresponsabile”.<br />
<div class="img alignright size-medium wp-image-232" style="width:231px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-013.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-013-231x300.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-013" width="231" height="300" /></a>
	<div>Amabile, 1985 - Olio su tela, 120 x 100 cm</div>
</div>Questo fenomeno è avvertibile chiaramente in particolare nei cicli delle &#8220;forme&#8221; e delle “isole” della metà degli anni Novanta. Qui l&#8217;immagine risulta infatti come sfibrata, cercata ansiosamente in un processo di sfaldamento e ricomposizione unitaria che si serve a questo scopo di un segno solo apparentemente incerto, in realta deciso e determinato.</p>
<p>Lo spazio dei dipinti della Faccin appare dunque un luogo nel quale convivono gli impulsi emotivi e il rigore della geometria in un precario e tuttavia affermato equilibrio formale che assume infine una dimensione armonica di cui non si da conto. La luce &#8211; in assenza della quale non esistonole forme &#8211; ha un rilievo particolare in questa sua visione spaziale che risulta infine preminentemente lirica.</p>
<p>È infatti attraverso di essa &#8211; la luce &#8211; che viene annullata e trasfigurata la fisicità della materia pittorica che assume cosi una valenza &#8220;altra&#8221;, interiore si potrebbe dire, e prima di allora inesistente.<br />
La verità è che Franca Faccin organizza espressivamente lo spazio in maniera tale da mostrare la stessa struttura della pittura e dunque i “conflitti” che essa sopporta nella sua apparizione.<br />
ll segno di cui si serve contorna a volte i campi di colore ed altre volte si dipana apparentemente senza logica alla ricerca delle forme.<br />
Si tratta di un segno mai descrittivo o narrativo che, almeno nei lavori più “liciniani&#8221;, appare invece soltanto “delimitativo&#8221;, come nel caso di <strong>Triangolo rosso</strong> o <strong>Composizione</strong>, entrambi lavori del 1996, per fare due esempi.</p>
<div class="img alignright size-medium wp-image-294" style="width:251px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-014.jpg"><img class="colorbox-220"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-014-251x300.jpg" alt="libro faccin testo piccolo_aggiunte copia-014" width="251" height="300" /></a>
	<div>Fanciulla, 1978 - Olio su tela, 70 x 80 cm</div>
</div>È un segno, il suo, che vive ed interagisce dunque con il colore e, come nel caso degli “ideogrammi&#8221;, si fa esso stesso colore. Ne risulta una pittura che abbiamo definito di “drammatica gioiosità” perché è evidente che al di sotto delle apparenze l&#8217;opera di Franca Faccin nasconde un&#8217;ansiosa ricerca di equilibri strutturali e formali.</p>
<p>La tessitura di queste superfici accoglie con urgenza espressiva sia i segni che i colori, perché entrambi concorrono alla manifestazione di immagini che sembrano provenire da un mondo interiore, anche se prendono a pretesto concreti elementi oggettuali o di natura. È infatti evidente che i colori di Franca Faccin dichiarano in definitiva una valenza “antinaturale&#8221; e il suo giallo non è poi quello dei limoni, il rosso non è quello del sole, né l&#8217;azzurro è quello del mare.<br />
ll conflitto natura-antinatura è un aspetto tra i più caratterizzanti l&#8217;opera di Franca Faccin, un conflitto dal quale risulta assai difficile risalire al “pretesto visivo” che ha determinato l&#8217;immagine.</p>
<p>Da questo punto di vista le sue opere dichiarano una sorta di “illeggibilità&#8221; e reclamano invece il suo diritto alla contemplazione.</p>
<p>Ecco perché esse risultano infine “opere aperte” nelle quali cioè ciascun riguardante ha la possibilità di rispecchiarsi e riconoscersi, secondo un suo personale codice di valori.</p>
<p>Franca Faccin mette dunque in atto, attraverso il linguaggio della pittura, anche un&#8217;operazione di seduzione perché sa bene che, nella comunicazione di qualsiasi genere, occorre superare la &#8220;distanza tra chi parla e chi ascolta&#8221;.</p>
<p>Il rapporto emotivo che per cosi stabiliamo esiste allora con la sola opera, l&#8217;opera d&#8217;arte chiusa in se stessa, muta ed indifferente alle domande, posta in una condizione che richiede agli spettatori semplicemente l&#8217;abbandono. È infatti per tale via che essa rivela a ciascuno di noi l&#8217;invisibile che è dentro i nostri occhi, l&#8217;indicibile che è dentro la nostra mente, il possibile che è nella nostra fantasia.</p>
<p><em>Venezia, febbraio 1999</em></p>
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		<title>Paolo Rizzi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2013 14:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Riapro gli occhi al giallo ora vivissimo, ora tutto screziato fermentante. Ecco il contrappunto del rosso che s’insinua come una lingua di fuoco. Un lampo di blu irrompe da una parte, secco e assoluto, come un folletto, gli risponde un verde che sa di erba e di vita. È una pittura che colpisce subito per [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-069.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-201 colorbox-95" alt="Franca Faccin" src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-069-250x300.jpg" width="250" height="300" /></a>Riapro gli occhi al giallo ora vivissimo, ora tutto screziato fermentante. Ecco il contrappunto del rosso che s’insinua come una lingua di fuoco. Un lampo di blu irrompe da una parte, secco e assoluto, come un folletto, gli risponde un verde che sa di erba e di vita. È una pittura che colpisce subito per la sua fresca irruenza. La vedo snodarsi attraverso il ritmo, ormai classico, delle biciclette e dei giri di freni; poi avvitarsi nelle rotelle e nei terminali di gru che s’impennano; oppure scattare nelle eliche di aeroplani che girano all’impazzata; magari per placarsi (ma è pur sempre un forte abbaglio visivo) nell’altalena di luci dei mercati colti dall’altro&#8230; resto quasi inebriato. Sento che l’immagine ha una tensione tutta sua: un brio che nasce sì dall’istinto, ma anche da una percezione serrata della macchina, e si estende dallo sguardo ai gangli organico-cellulari più profondi. Insomma, una struttura vitale.</p>
<p>Franca Faccin è fatta così. Ricordo ancora i suoi quadri di alcuni anni orsono: i secchi, le sedie, soprattutto i mangiatori di angurie, naturalmente le prime biciclette. È sempre stata una pittrice di gesto: tutta estri e scatti. È riuscita a raggiungere una sua dimensione stilistica senza sforzo. È piaciuto fin dall’inizio quel suo costruire l’immagine dal bianco assoluto, con poche pennellate che andavano via via saldandosi dall’apparente svagatezza in un congegno organico: con colori scelti con sicurezza perentoria, e certe alternanze, così sentimentalmente scoperte, tra stesure piatte e trepidi sussurri di luce, tra segni duri e capricciose volute&#8230; il successo delle biciclette è stato sì improvviso (e superiore ad ogni attesa) ma preparato con un tirocinio tenace, persin ossessivo. Son piaciuti i giri di freni, tesi ad un rigore di puri ritmi grafici ma nel contempo densi di un’energia compressa che tendeva a dilatarsi, ad esplodere nello spazio. Come dire? S’è riconosciuta a Franca Faccin una sua prepotente personalità. Ora il discorso continua. Continua attraverso variazioni sul motivo, tutte simili eppur tutte diverse. Il passaggio della bicicletta alla gru è stato del tutto conseguente. Le rotelle, le carrucole, le aste, i vari congegni, le travature, i cavi tesi, l’argano di sollevamento: tutto obbedisce ad un macchinismo ribaltato, che ormai ha perduto la sua funzione (e quasi la sua riconoscibilità) per diventare puro vettore dinamico. È avvenuto lo stesso travisamento fantastico delle biciclette. Magari è cresciuto il quoziente dinamico-strutturale: c’è eccitazione continua, che si traduce nel segno come nel colore. Anzi, il colore s’è fatto più mosso, più libero, pur conservando le curiose alternanze di zone piatte e zone trasparenti. Il ritmo è sempre a chiasmi, a incastri, a trapezi, con rotelle a spirale da cui si dipartono linee di forza che solcano i vasti prati di colore. Insomma, è la macchina inventata.</p>
<p>Una mano nervosa ci guida nell’avventura della fantasia, fino ad inoltrarsi nel giuoco folle (e pur così ben strutturato) dei mercati punteggiati di triangoli e di volute, oppure a farci salire sul più pazzo degli aeroplani, alla conquista di uno spazio che sa di aria, di vento, di luce.</p>
<p>È un processo che mi affascina: lo smontaggio e la ricostruzione dell’immagine. La pittura ci mostra proprio la fase di transazione, il momento cioè dell’instabilità (formale, e psicologica). Tutto gioca ancora una volta sul bipolarismo: dalle curve sinusoidali alle rette spezzate, dal colore morbido alle violenze timbriche, dalle stesure ferme a quelle fortemente mosse. Già l’altra volta l’ho sottolineato: è una sorta di interazione tra l’apollineo e il dionisiaco. Gli estremi si toccano: scatta quasi una scintilla. Oggi è di moda, soprattutto in architettura, un termine: decostruzione. Si tratta appunto di una metodologia di smembrare la struttura e di rimetterla in ciclo con combinazioni e angolazioni diverse. Ma la Faccin non la attua a freddo, bensì con la vivacità di un polso dinamico che nasce da una motilità che è indubbiamente psicologica. Di qui il rifiuto di ogni formalismo, come di ogni ragionata astrazione. Semmai, il fascino è proprio quello del limite: di questo sporgersi vertiginosamente sul ciglio dell’abisso. Lì, in quella instabilità, Franca Faccin smonta e ricostruisce le sue biciclette e le sue gru, i suoi aeroplani e i suoi mercati. E a noi piace affrontare gli occhi in questo puzzle per scoprire la chiave interna, “quell’ordine disordinato” che si cela dentro la frenesia del segno e l’estemporaneità del colore.</p>
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		<title>Franco Batacchi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2013 14:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dicono di me]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Franca Faccin e i piloti delle Frecce Tricolori - Rivolto (UD) La pittura come un mare, la tela come un approdo (partenza o arrivo, ormeggio sciolto o attracco sicuro?), i segni come rotte tracciate su esotiche carte nautiche, i colori come rosa dei venti indispensabile alla navigazione. Le opere di Franca Faccin risvegliano la mia [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="img alignright size-medium wp-image-124" style="width:300px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-071.jpg"><img class="colorbox-123"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-071-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>
	<div>Franca Faccin e i piloti delle Frecce Tricolori - Rivolto (UD)</div>
</div>La pittura come un mare, la tela come un approdo (partenza o arrivo, ormeggio sciolto o attracco sicuro?), i segni come rotte tracciate su esotiche carte nautiche, i colori come rosa dei venti indispensabile alla navigazione. Le opere di Franca Faccin risvegliano la mia voglia di mare, di cieli grandi, di libertà. Mi piace la sua aggressione gestuale e immagino le vaste superfici che s’ingarbugliano di freschi neri nervosi, si disorientano nell’opinabile definizione del senso di lettura definitivo, mordono infine il fondale del significato nelle ancore cromatiche dei primari. Blu, rosso, il prediletto cromo. Come <strong>Mondrian</strong>, come <strong>Malevitch</strong>, ma senza calcolo apparente, né alchimia, né puntigliosa ricerca d’auree sezioni. Biciclette, gru, giri di freni, variopinti mercati o volo d’uccello, la spiaggia contrappuntata dagli spicchi di un ombrellone: pretesti per risolvere il test d’autoanalisi che quotidianamente l’artista affronta con odio-amore. Il canto del colore nella luce richiama, alle prime, un’eco amatissima, ma qui non v’è traccia di edonistico compiacimento; semmai, affiora la trama di strutture più complesse. Sfoglia vecchi cataloghi, trovo un <strong>Paul Klee</strong> del 1914 fitto di ruote e pulegge (<strong>Abstrakte Apparat fur Statik</strong>) e le composizioni astratte a tre colori di <strong>Le Corbusier</strong> (anni 60), m’illudo di seminare boe luminose e di scandagliare relitti su derive in pericolo, ma subito mi accorgo che la navicella di Franca Faccin non teme l’insidia della notte e l’agguato della secca infida; balza agile sull’onda dell’invenzione formale, piroetta capovolta e ricade indenne, viaggia con il salvacondotto della poesia. L’artista ha cancellato, con un bianco apparente, denso di fremiti e umori, ogni riferimento costiero superfluo e fuorviante. Rimane a rallegrarci, il lampeggiatore sereno e perentorio di una pittura forte e gentile.</p>
<p><em>Venezia, aprile 1992</em></p>
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		<title>Vittorio Basaglia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2013 09:34:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Franca Faccin e Vittorio Basaglia Ho visto la prima volta quadri di Franca Faccin, ormai molti anni fa e mi sono sbalordito della loro freschezza e attualità. Mi ero sempre proposto di saperne di più finché ho conosciuto Franca a Ca’ Lozzio. Di lì naturalmente è nata una visita al suo studio. E lo sbalordimento [&#8230;]</p>
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	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/basaglia.jpg"><img class="colorbox-136"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/basaglia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>
	<div>Franca Faccin e Vittorio Basaglia</div>
</div>
<p>Ho visto la prima volta quadri di Franca Faccin, ormai molti anni fa e mi sono sbalordito della loro freschezza e attualità. Mi ero sempre proposto di saperne di più finché ho conosciuto Franca a Ca’ Lozzio. Di lì naturalmente è nata una visita al suo studio. E lo sbalordimento di tanti anni prima è diventata la sicurezza sensazionale di trovarmi in presenza di una pittrice molto più complessa di quanto potessi pensare. Le sue tematiche sono essenziali e il procedimento di realizzazione è quanto mai articolato. I freni di biciclette, le spiagge e gru che sono sue proprietà della memoria, si articolano su grandi spazi con disinvoltura e sicuro senso dell’immagine, il suo interesse per <strong>Klee</strong> e <strong>Licini</strong> sono evidenti, ma rinnovano da una gestualità fantasiosa in cui il ricordo dei due maestri rimane poco più che un riferimento di partenza culturale. La sua monocromia in realtà non si sente. Basta un rosso e un blu all’interno delle sue modulazioni di giallo a dar la sensazione di una pittura molto colorata direi quasi allegra. La sua gestualità non è un programmato automatismo, ma un invito amichevole a entrare nel suo quadro, e dove dire che nonostante le punte delle gru, i tralicci acuminati e le pericolose curve di freni, nei suoi quadri ci sta bene. Mi ricordo di un vecchio maestro che mi portava a vedere i musei. Diceva a proposito di un quadro dell’Ottocento che rappresentava uno squero con una grande barca puntellata: “Se tu pensi di poter star seduto bene all’ombra di quella barca, vuol dire che il quadro è riuscito”. Questa sensazione dell’entrare nel quadro come fosse uno spazio vivibile, me le son portate dentro per tutta la vita e come primo impatto di giudizio ha sempre funzionato. Credo che gli spazi di Franca siano accoglienti e problematici nello stesso tempo. Che insomma ci si possa sedere a pensare.</p>
<p><em>Valeriano, 1994</em></p>
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		<title>Roberto Costella</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2013 08:35:29 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="img alignright size-medium wp-image-203" style="width:300px;">
	<a href="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-072.jpg"><img class="colorbox-138"  src="http://www.francafaccin.it/wp-content/uploads/2013/07/libro-faccin-testo-piccolo_aggiunte-copia-072-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a>
	<div>Francesco Moser e Romano Prodi</div>
</div>Esiste e resiste l’impegno estetico di Franca Faccin, l’intento di dichiarare e dichiararsi attraverso il più antico e classico del linguaggio figurativo: la pittura, arte eletta a comporre il linguaggio dei segni con quello dei colori nello spazio della luce. Nell’epoca dell’immagine multimedialmente producibile e riproducibile trasferibile e trasformabile, Franca Faccin sceglie deliberatamente la via del pittorico, convinta che il contemporaneo può ancora esprimersi attraverso la pittura e che la pittura può ancora essere arte contemporanea. La ricerca di Franca Faccin è estetica prima che etica, poiché antepone interessi formali a valori esistenziali; perché escludendo ogni motivo emozionale o ideologico, aspira a conquistare principi assoluti dell’armonia pittorica. L’evoluzione del percorso artistico di Franca Faccin ha lentamente circoscritto specifici motivi di indagine. Aeroplani, gru, mercati, spiagge, biciclette e giri di freni, sono costanti tematiche e nel ciclico ricorrere, segnano la progressione di una ricerca estetica indirizzata verso forme sempre più semplicemente e integrate.</p>
<p>Gli sviluppi producono immagini che tendono a superare intenti referenziali, escludendo ogni mimetica verosimiglianza visiva; l’obiettivo della massima sintesi formale – giustificata dalla volontà di cogliere l’essenza strutturale e geometrica delle cose – ha generato una riconsiderazione e trasformazione del mondo fenomenico.</p>
<p>Nel prevalere della percezione estetica su quella empirica, si sono compiuti sistemi reticolari policromi vincolati a saldi nodi strutturati, si sono dilatati luminosi telai plastici chiusi da lineari assi traccianti. Immagini mentali, presso attente ai particolari, selezionano carrucole, funi e tralicci delle gru, o ruote, manubri e giri di freni delle biciclette.</p>
<p>Il soggetto prescelto diventa così oggetto pretestuale, assunto per la sua esemplarità compositiva, rielaborato formalmente al massimo grado di libertà interpretativa e ridefinito attraverso una geometrica scomposizione cromatica. In percorsi di attrazione, dove le figure ammettono ancora una riconoscibilità strutturale, aeree triangolari impongono la forma irradiante della luce e del colore. Aeroplani, gru, mercati, spiagge, biciclette e giri di freni, lontani dal nostro spazio e dal nostro tempo, rappresentano solo schemi di articolazione volumetrica, costruiti dalla declinazione di segno e colore.</p>
<p>Franca Faccin crede dunque al valore assoluto della pittura; ad una pittura che può essere autenticamente contemporanea solo interrogandosi e costituendosi su fondanti principi originali. Ne nasce un “codice estetico” che riduce il linguaggio grafico a due sistemi di percorsi omogenei, capaci di evocare traiettorie spaziali: quelli a sviluppo tendenzialmente rettilineo e quelli a sviluppo curvilineo policentrico (ellittico, parabolico, iperbolico); un “codice estetico” che seleziona e concentra il linguaggio cromatico sui tre primari (giallo, rosso e blu) addizionati al verde. Franca Faccin privilegia però il giallo come colore della luce che assurge a tono fondamentale, modulato su ampie e preziosissime gamme. La densa materia pigmentata impone la sua fisica consistenza fissando ogni fase del progetto esecutivo nella sedimentazione che la stesura pittorica comporta, registrando la determinata gestualità dell’atto creativo. Solo queste tracce del fare artistico parlano dell’artefice: le immagini di Franca Faccin perseguono infatti l’assoluto pittorico, dove ogni linguaggio del “singolo” confonde nel “tutto”. Le immagini di Franca Faccin vivono in un mondo metafisico: là dove nasce la luce e si generano le forme, là dove supremo è lo spirito dell’arte.</p>
<p>Mansuè, 1996</p>
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		<title>Paolo Rizzi</title>
		<link>http://www.francafaccin.it/paolo-rizzi-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2013 07:36:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La bicicletta come archetipo. Come trovo oggi il “puzzle” di Franca Faccin, a dieci anni di distanza? Dovevo correggere, in un certo senso, le mie impressioni del 1991. La forma su cui da anni lavora l’artista opitergina – appunto la sagoma di una bicicletta – è diventata ancora più coerente più serrata, più netta. Ora [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La bicicletta come archetipo. Come trovo oggi il “puzzle” di Franca Faccin, a dieci anni di distanza? Dovevo correggere, in un certo senso, le mie impressioni del 1991. La forma su cui da anni lavora l’artista opitergina – appunto la sagoma di una bicicletta – è diventata ancora più coerente più serrata, più netta. Ora siamo arrivati alle “variazioni dell’amor coniugale” di cui parlava Kirkegaard. La Faccin s’è impadronita a tal punto della sua “matrice” bicicletta che si può parlare non più di invenzione estemporanea, o appunto di “instabilità”, ma di autentico stile. E dico questa parola a ragion veduta. Siamo di fronte ad uno stile, non a quello che i pubblicitari tendono a chiamare “logo”.</p>
<p>Da che cosa lo deduco? Da molti elementi. Anzitutto dal più curioso: che è quello “dell’ideogramma” che gira in ogni quadro, ora di qua ora di là, talora occupando anche più di metà dello spazio. All’origine quello “ideogramma” era un giro di freni della bicicletta: quindi un motivo segnico. Poi, col tempo, s’è identificato con il concetto stesso di bicicletta. Tanto che, se qualcuno le chiede “Cosa significa?”, lei, l’autrice, risponde divertita: “Non legge?”. È come se “l’ideogramma” semanticamente rappresentasse una bicicletta; ed esso stesso diventasse, per qualche verso, la firma della pittrice. È un senso inestricabile. Ma poi (occorre dirlo?) basta notare la sicurezza con cui viene condotto il motivo grafico della bicicletta, secondo lievi modifiche che mai restano gratuite, bensì rispondono a slittamenti emotivi, a impulsi psichici, a scatti di energia compressa. Ormai la Faccin possiede così a fondo il ritmo, la cadenza, il sviluppo grafico del motivo, da poterne spostare lievemente la struttura senza turbarne l’intimità compositiva, la vibrazione della mano che traccia il segno diventa, appunto, stile. Così per il colore: che obbedisce a spostamenti e scambi con assoluta naturalezza, come ad esempio in <strong>Mondrian</strong>, dando l’impressione di una formula matematica che muta e poi si ricompone, dando sempre gli stessi risultati. E certe pezzature possono restare piatte, magari sul rosso o sul blu, mentre si sciolgono in finissime screziature che sono quasi trasparenze dell’epitelio cromatico.</p>
<p>Tutto risponde ad una medesima concezione di base: è la “reductio ad unum” di cui parlavano, assieme, il pittore <strong>Piero della Francesca</strong> e il suo amico matematico Luca Pacioli. Capiscono come in questi ultimi anni Franca Faccin e la “sua” bicicletta siano diventate un tutt’uno. La mano corre dove la mente detta; e l’immagine, covata da tanto tempo, scatta con immediatezza fatale, senza alcuna remora. Lei stessa ama ricordare una metafora cinese citata da Italo Calvino nelle sue “lezioni americane”. Un re vuole da <strong>Chuang-tzu</strong>, famoso pittore, il disegno d’un granchio. L’artista gli chiede cinque anni di tempo, una villa e dodici servizi. Passati i cinque anni, il re vuol vedere il granchio &#8220;non sono ancora pronto&#8221; – risponde Chuang-Tzu – &#8220;torni tra altri cinque anni&#8221;. Finalmente, dopo dieci anni, l’artista davanti al re impaziente prende il pennello e in un battibaleno traccia la forma perfetta di un granchio.</p>
<p>Tutto questo lento ma inesorabile e per fulmineo “possesso della forma” nacque nella mente di Franca Faccin per caso, come solitamente succede. Ma fu un caso “guidato” e, per qualche verso, “desiderato”. In un giorno del 1987 lei vide un amico che stava aggiustando la sua bicicletta. Questa le appariva rovesciata, cioè al di fuori della visione convenzionale. Scattò qualcosa nella mente pittrice: subito dopo alla fece uno schizzo, poi lo rimeditò; lo continuò, lo sintetizzò. Naquero allora i primi dipinti di biciclette, comprensibili subito nella struttura.</p>
<p>Quel che colpiva, allora, erano i raggi resi a spicchi, con colori primari piatti, appunto alla <strong>Mondrian</strong>. Ma poco dopo, nello stesso 1987, si focalizzavano alcuni particolari dal segno circolare o a voluta, con prevalenza di toni gialli e ocra, appena contrappuntati da blu e rosso (ed era un’eco stavolta di Licini). La forma diventava in un certo senso astratto: era il “giro di freni” a volgersi in puro ritmo bidimensionale. Furono mesi entusiasmanti per l’artista: ne uscirono opere che ancor oggi appaiono esemplari, anche laddove compariva, là in alto, il sogno azzurro di una marina. Lei oggi dice: “Ho seguito il mio impulso. Ho sfrontato la bicicletta della sella e dei pedali: sono rimaste le ruote col giro di freni”. E ama citare, a proposito di questo processo riduttivo, di tensione verso la sintesi, un passo di <strong>Morandi</strong> quando dice (ella cita a memoria) “Gli oggetti non devono creare problemi. Non ci si deve sforzare di rappresentarli: occorre esserne padroni per diventare liberi”. Poi, all’interno di queste splendide “variazioni sul tema” è uscito, come per partenogenesi, il motivo ricorrente “dell’ideogramma”, è persa all’inizio (e può apparire ancora) una scrittura cinese. In realtà si tratta di un “giro di freno” essenzializzato in un gesto che è meditato e insieme spontaneo: preciso e insieme mobile. Come s’è detto: esso indica (come per il “nome della rosa” d’Umberto Eco) il nome stesso della bicicletta e, di conseguenza, la firma dell’artista. Proprio dalla gestualità del segno, che “nell’ideogramma” appare evidente, avviare il passaggio alla gestualità di tutto il dipinto. Ci si avvicina per “leggere: tutto, segno e colore, si improvvisa nella nostra fantasia interpretativa ma – ed è qui la qualità prima – resta fermo come un archetipo: una figura mitica che si imprime nella nostra memoria.</p>
<p>Allora noi “vediamo” qualcosa di diverso della bicicletta, come per la prima volta <strong>Picasso</strong> “vide” la testa di un toro dall’incrocio di una sella con un manubrio. È il passaggio junghiano ad un un conscio collettivo. Naturalmente ci guida la nostra cultura: è chiaro che quegli spicchi della ruota, con i loro colori puri, ricordano <strong>Mondrian</strong>, come pure aleggia l’evocazione di un “angelo” nello spazio, così tipico i <strong>Licini</strong>. Sono riferimenti: alla fine l’immagine è se stessa, soltanto se stessa: così perentoria e netta.</p>
<p>La sintesi è la stata raggiunta.</p>
<p>Nell’osservare più a fondo queste biciclette “sublimate”, si resta attoniti. C’è indubbiamente un quoziente sensuale, che il giro dei freni e le ruote rendono simbolicamente: quasi uno slancio lieve ed elastico, persino qualcosa che riflette un viluppo organico, quasi di membra umane che si stirano nello spazio con seducente eleganza. Ma c’è anche (come non ammetterlo?) un quoziente spirituale, cioè un anelito alla purezza, la ricerca di una “misura aerea” che sta lì, appena percettibile ma pronta a indicare il momento pur instabile di una perfezione ideale. S’aggiunge il dinamismo stesso della forma, che ci rende l’apparizione di una straordinaria “macchina volante” nello spazio, appunto il concetto stesso, essenzializzato, di vitalità&#8230; e pò quei segni misteriosi che alludono ad un “altro”, ad una entità arcana che ci coinvolge, come se ci riconoscessimo nel ritmo stesso degli “ideogrammi” ed improvvisamente imparassimo a leggerli. Ancora: la forza emblematica del colore, che si fa dionisiaca, quasi orgiastica nei rossi e nei blu sparati, ma poi (anche qui: come non evvedersene?) si piega dolcemente ad un canto apollineo. La bellezza è là, a due passi: basta allungare la mano per coglierla.</p>
<p>Tutto questo da una bicicletta? Certo. Il viaggio della mente può continuare. Ormai lo stile – ripetiamo questo termine – di Franca Faccin ci ha presi: come (per citare) i volti di <strong>Jawlenskij</strong> o i nudi di <strong>De Kooning</strong>. Non sono più volti o nudi; non sono più biciclette. L’arte ha tutto trasposto in una forma ideale, al limite della perfezione.</p>
<p><em>Venezia, 2001</em></p>
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		<title>Pierre Restany</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2013 13:35:19 +0000</pubDate>
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		<title>The National Museum of Women in the Arts</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 13:39:04 +0000</pubDate>
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